Come funziona il TRUST italiano

Come funziona il TRUST italiano

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Il trust ha origine in un ordinamento che si regge su principi diversi dal nostro e per questo agli occhi dei giuristi italiani può apparire uno strumento nuovo e dai contorni non sempre definiti: cerchiamo allora in primis di capire come funziona un trust italiano.

L’istituto del trust si basa sostanzialmente nel rapporto fiduciario che lega il disponente e il trustee, che diviene proprietario dei beni oggetto del trust.

L’effetto primario di questo trasferimento di proprietà, seppur vincolato, è la separazione patrimoniale: i beni del trust restano distinti da quelli facenti capo al disponente (molti studiosi hanno opportunamente usato il termine di “segregazione” per rendere in italiano quello che gli inglesi definiscono “emarking”).

Quello del trustee è senza dubbio il ruolo più particolare da analizzare quando si cerca di capire il funzionamento di tale istituto: alcuni autori hanno infatti definito all’uopo questa figura come “il cuore del trust”.

E’ assolutamente limitativo e fuorviante definire il trustee come un amministratore dei beni oggetto del trust: egli è in primo luogo proprietario, ma con specifici oneri e vincoli di gestione.

Quello che ne deriva è in un certo senso uno smembramento della propietà assoluta di partenza.

L’altra faccia della medaglia è di conseguenza la figura del beneficiario che ha semplicemente un diritto “al bene” e non può vantare alcun diritto su quest’ultimo: in capo al beneficiario si configura quindi semplicemente un’aspettativa, seppur tutelata giuridicamente.

E’ lapalissiano a questo punto che la finalità primaria del trust è la tutela del patrimonio e, al tempo stesso, la protezione degli interessi del beneficiario.

Da questo principio di base di dipartono poi applicazioni eterogenee dell’istituto in esame, nei diversi settori giuridici.

Trust per la Famiglia di fatto

Negli ultimi trent’anni, anche grazie alla legge sul divorzio e al generale mutamento dei valori culturali – improntati ora più su una maggiore tolleranza per le scelte individuali, il concetto di famiglia è cambiato, introducendo nuovo “modi” di composizione del nucleo familiare. Tra questi, ha suscitato molti dibattiti (anche in campo giuridico) la famiglia di fatto.

L’attuale ordinamento legislativo, fermo restando che nella famiglia di fatto viene a mancare l’insieme di diritto-doveri tipici del matrimonio, ha assunto nei suoi confronti un atteggiamento neutrale, sempre nella generale prospettiva di tolleranza per le scelte etiche dell’individuo.

Una delle differenze principali in campo giuridico tra la famiglia di fatto e l’istituto matrimoniale è la possibilità, da parte di quest’ultimo e negata alla prima, di usufruire del Fondo Patrimoniale. Questo è infatti riservato a uomini e donne legare da vincolo coniugale.

Uno strumento sostitutivo utile per la famiglia di fatto è il Trust.

Il Trust istituto proveniente dal mondo anglosassone e conosciuto per la sua elasticità ed efficienza, comporta da parte del disponente la cessione di un bene ad un fiduciario (trustee) che lo gestisce a favore di un beneficiario.

Il Fondo Patrimoniale e il Trust possono essere accostati in quanto entrambi permettano la segregazione del patrimonio (che diventa così inattaccabile da vicende giudiziarie etc). Tuttavia constano di almeno due importanti differenze.

La prima consiste nella presenza della figura del beneficiario (solo nel Trust), che permette una maggiore “personalizzazione” dell’accordo, e un eventuale “voce in capitolo” di chi del Trust si giova.

La seconda, ovviamente, è che il Fondo Patrimoniale è inapplicabile alle famiglia di fatto, cosa che rende il Trust l’ideale per queste ultime.

Trust passaggi generazionali

In Italia più della metà delle piccole e medie imprese è controllato da una famiglia.

Nel nostro ordinamento, infatti, si ricorre all’istituto del trust principalmente per gestire le problematiche aziendali e in modo particolare nei passaggi generazionali di beni e aziende familiari, poiché offre più opportunità per la tutela e la conservazione dei beni.

Un elemento tipico del trust è la cosiddetta “segregazione patrimoniale”, più precisamente: i beni conferiti in trust danno vita ad una massa distinta e non fanno parte del patrimonio del trustee, per cui non potranno essere aggrediti dai creditori di tali soggetti.

Di fatti, sotto l’aspetto tecnico, tre sono i soggetti coinvolti in questo particolare rapporto giuridico: il ‘settlor’, titolare di un patrimonio da cui si vuole separare; il ‘trustee’, che diviene proprietario formale del patrimonio conferito dal ‘settlor’; il ‘beneficiary’, ossia la persona – fisica o giuridica – a cui aspetta la proprietà sostanziale dei beni conferiti in trust. Il quarto soggetto presente nel contratto potrebbe essere il ‘protector’, nominato a controllare che la gestione avvenga nell’interesse dei beneficiari e secondo la volontà del ‘settlor’.

Molte volte i possessori di ingenti patrimoni ricorrono allo strumento del trust per tutelare i soggetti deboli: caso tipico è quello di un imprenditore anziano che nomina come gestore un professionista di sua fiducia per l’amministrazione dei beni fino al raggiungimento della maggiore età del figlio.

Generalmente, le esigenze sentite dall’imprenditore possono essere così classificate:

1. scelta tra chi, tra gli eredi sarà il vero continuatore dell’azienda di famiglia;

2. tutela dell’integrità del patrimonio aziendale nei confronti di soggetti terzi o componenti indesiderati della famiglia;

3. mantenimento del controllo da parte del fondatore fino alla sua morte;

4. continuità nella politica di gestione dell’azienda;

5. prevenzione dei contrasti tra i giovani;

6. impedire che figli e nipoti dispongano individualmente dei propri interessi ponendoli a rischio per vicende economiche personali.

Comunque sia, considerando la molteplicità degli aspetti da valutare, per realizzare e pianificare un trust adatto alle diverse esigenze è necessario ricorrere a professionisti competenti in materia.

Blind trust

Il blind trust, letteralmente trust cieco, è un tipo di trust che impedisce ad un soggetto di accedere al proprio patrimonio e di sapere come viene utilizzato, in modo da evitare i conflitti di interessi.

In genere coloro che costituiscono questa forma di trust sono persone che ricoprono posizioni delicate o le massime cariche pubbliche, come il Presidente del Consiglio o quello della Repubblica, per poter assicurare che le scelte e le decisioni prese nelle vesti di rappresentanti dello Stato non siano influenzate dai loro interessi personali.

Il blind trust viene loro incontro: con esso il costituente affida il proprio patrimonio a un consiglio direttivo (identificabile come trustee) che lo amministra come meglio crede, facendo gli investimenti che ritiene più opportuni con assoluta indipendenza per un determinato periodo o fino al verificarsi di una particolare condizione, come, per continuare l’esempio del Presidente della Repubblica, la cessazione di una carica.

Nella durata del trust, in nessun caso il costituente può fornire al trustee, né il trustee può chiedere al costituente alcuna direttiva riguardo l’amministrazione del patrimonio in ballo. Né il trustee può rivelare al costituente o a chiunque lo rappresenti informazioni legate agli investimenti e alle transazioni.

Idealmente quindi il blind trust è lo strumento perfetto per impedire favoritismi legati alle posizioni di potere, ma in realtà ha pur sempre un potere limitato, in quanto, anche se il proprietario non è più a conoscenza degli investimenti del suo patrimonio, conosce le sue aziende e i settori in cui sono ubicate.

Trust italiano: separazione consensuale dei coniugi

L’applicazione del Trust italiano nel caso di separazione tra coniugi rappresenta un’assoluta novità.

La cosiddetta forma “consensuale” sappiamo rappresentare la più diffusa nelle applicazioni specifiche del diritto matrimoniale.

In questo tipo di separazione è consentito stabilire dei cosiddetti patti traslativi, vi sono difatti norme che consentono di porre rilevanza all’accordo senza porre limiti ai contenuti.

L’autonomia negoziale tra coniugi è riconosciuta anche dalla giurisprudenza, attraverso l’articolo 1322 del Codice Civile, che prevede un accordo preventivo che regoli tutti gli aspetti patrimoniali scaturenti dall’annullamento del matrimonio. Viene ammessa tra l’altro l’inclusione di clausole attraverso le quali uno dei due coniugi riconosce all’altro la proprietà esclusiva dei beni – siano essi mobili o immobili – o che regolano le modalità di trasferimento di diritti immobiliari.

In questo scenario lo strumento del trust italiano ha consentito di soddisfare le esigenze dei coniugi, all’interno delle quali rientra la segregazione del bene o dei beni inclusi nell’atto istitutivo.

Nei casi applicativi più comuni è possibile ottemperare alle necessità dei figli e tra queste rientrano quelle abitative. In tal caso è possibile separare dal proprio patrimonio una o più unità immobiliari così da poter trasferire un immobile in piena proprietà ai figli, ovviamente a conclusione del trust.

E’ possibile inoltre vincolare il bene o i beni inclusi, con segregazione anche qualora subentrino trasformazioni, permutazioni, sostituzioni, incrementi o surrogazioni.

La segregazione permarrà persino dopo la vendita dell’unità immobiliare e ne venga acquistata un’altra idonea al soddisfacimento delle esigenze iniziali.

La scelta della normativa inglese consente al disponente di assumere il ruolo di Trustee, senza pertanto trasferimento della posizione giuridica.

Nell’atto istitutivo si può anche predisporre il passaggio della posizione di Trustee in caso di decesso del coniuge disponente. In tal modo il bene o i beni non si confonderanno con le proprietà dell’altro coniuge.